Primo post del 2013

La mail ricevuta da WordPress il 31 dicembre 2012 recitava così:

“Nel 2012, ci son stati 24 nuovi articoli, che hanno portato gli archivi totali del tuo blog a 322 articoli. Hai caricato 17 immagini, per un totale di 808 KB. È quasi un’immagine al mese.

Il giorno più trafficato dell’anno è stato 15 dicembre con 93 pagine lette. Il messaggio più popolare quel giorno fu Citazioni Preferite.”

– – – – – – – – – – – – – – – – – – – –

Questo è il primo post dell’anno. Non mi sono dimenticato di scrivere l’ultimo del 2012, quello del bilancio annuale così come accade praticamente da quando scrivo su qua ho voluto evitarlo. E’ stato già un anno pieno di bilanci, chiusi in positivo e in negativo, ho voluto almeno evitare una volta di scrivere le stesse cose scritte nell’intero anno e di vivermi con un’altra ottica il nuovo, sapendo che il 2013 sarà un anno simile a quello trascorso sotto certi punti di vista, ma molto surreale rispetto ad altri punti. La scelta di scrivere oggi questo post è una cosa studiata, al rientro dalle vacanze natalizie e le mie, soprattutto gli ultimi giorni dell’anno, passati facendo spola tra casa e lontano da casa, con le persone più fidate in questo momento. Rientrato a casa ormai da qualche giorno, si rientra alla normale vita di tutti i giorni.

Altra scelta su cui dovrò ragionarci su, ma su cui però sono intenzionato fare, è abbandonare questo blog. Archiviarlo per sempre, e oscurarlo dalla rete. Credo sia arrivato il momento, altri 7 anni non reggerebbero.

Per tutto il resto, un augurio sincero di un Buon 2013.

Davide

Annunci

Imparare a stare da soli

Due sere fa, in prima serata, sono stato protagonista in una trasmissione radiofonica a livello nazionale, dopo diversi mesi di silenzio e di pausa di comparse telefoniche e non nei diversi network radiofonici, l’ultima in ordine di tempo due annetti fa a Radio KissKiss, come corrispondente d’Italia della zona di Milano, quando andava ancora in onda Freeway, di Carlotta.

Tutto questo dopo aver inviato una email alla redazione scritta da me che recitava così:

“Bisogna imparare a stare da soli, solo così si può imparare a stare con gli altri. Altrimenti ci stai perchè ne hai bisogno.
Bisogna fare a scuola un’ora di insegnamento alla solitudine, imparare a bastarsi.”

E’ la frase tratta da un’intervista del cantante Vasco Rossi che da qualche tempo a questa parte mi rimbomba nella testa. Come si fa ad imparare a stare da soli? Come si fa a imparare a stare con gli altri, pur sapendo che i rapporti interpersonali (amicizia amore…colleghi di lavoro, ecc) sono i tipi di rapporti più fragili che possano mai esistire, considerando che sono moltissime le possibilità che due sconosciuti possano diventare ottimi amici quanto come due migliori amici possano diventare, da un momento all’altro, perfetti sconosciuti? Come si fa a crearsi un equilibrio interno? Ci siete riusciti? Siamo nati soli, viviamo soli, moriamo soli. Solo attraverso l’amore e l’amicizia possiamo creare l’illusione, per un momento, di non essere soli….diciamo che imparare a stare da soli e a cavarsela da soli e’ un prova di forza …secondo me. Cosa ne pensate? Vi porpongo questa serie di domande per parlarne nel programma, credo di non essere l’unico al mondo a farmi queste domande e a non trovarmi una risposta.

Letta in diretta nazionale, è nata una bellissima discussione, con tanto di complimenti per l’argomento bellissimo, centinaia e centinaia di chiamate ed sms arrivati in radio in due ore, chi voleva provare rispondere a queste domande, chi si sentiva rappresentato dalla mia lettera e dalle domande, chi raccontava la sua storia personale. Sono rimasto abbastanza soddisfatto non dalle risposte in sè, perchè evidentemente è difficile rispondere a quelle domande, ma nelle storie degli altri o nell’opinione degli altri. Per la prima volta vorrei rivolgere le stesse domande a quelle persone che mi seguono regolarmente o che mi seguono bazzicando qua e la nei vari blog e siti web, per l’appunto chiedendovi:

Come si fa a imparare a stare da soli? Come si fa a imparare a stare con gli altri, pur sapendo che i rapporti interpersonali (amicizia amore…colleghi di lavoro, ecc) sono i tipi di rapporti più fragili che possano mai esistire? Come si fa a crearsi un equilibrio interno? Belle domande esistenziali, erano da parecchio tempo che non mi saltavano in testa! 😉

Se vuoi qualcosa nella vita allunga la mano e prendila…

Durante il lungo mese estivo di agosto oltre ad essermi riposato, ad aver studiato, aver preso il sole e ad aver fatto tutto ciò che si fa in estate, mi sono ritagliato del tempo libero generalmente durante le notti per vedere films e cortometraggi che da tempo desideravo vedere ma che con gli impegni di routine che avvengono quotidianamente in una settimana lavorativa qualunque me li sarei soltanto sognati. Avrò guardato una decina di film, telefilm, cartoni animati della pixar (quelli famosi che sbarcano al cinema e fanno un successone tra bambini e adulti) documentari e il nuovo canale del DT Focus. E molto altro. Ma tra film di fantascienza, horror e comici che mi hanno accompagnato nella lunga estate, due sono stati prevalentemente quelli che mi hanno emozionato tanto da essermici trovato dentro, un po’ come un vero protagonista ma nel mio caso non di un film ma della vita reale e normale di tutti i giorni. Uno è Alla Ricerca Della Felicità, uscito 2006 il cui protagonista è Will Smith, storia che mi ha molto colpito e di cui magari scriverò una paginetta più avanti. L’altro, che poi è quello di cui voglio parlare per sfiorare l’argomento di questa pagina, è Into the Wild – Nelle terre selvagge di Sean Penn di qualche anno fa. Una di quelle storie che ti appassiona perchè chi di noi non ha mai avuto voglia di evadere da questa realtà, da questa società piena di stereotipi negativi, convenzioni nate dal nulla e senza senso ma che devi seguire se vuoi avere una piccola considerazione in questa piccola fetta del mondo, una società consumista e capitalista dove non si riesce più a vivere? Due frasi tratte dal film: “Non credere che le gioie della vita vengano soprattutto tra le persone. Dio le ha messe tutte intorno a noi. Sono ovunque. In tutto ciò di cui possiamo fare esperienza. Abbiamo solo bisogno di cambiare il modo di guardare le cose…” e poi ancora: “e ricordati sempre.. se vuoi qualcosa nella vita allunga la mano e prendila”. In realtà ce ne sono altre di frasi molto belle all’interno del film, ma queste due, specialmente l’ultima, mi hanno portato a fare una serie di riflessioni anche grazie alle esperienze che la vita mi ha regalato fino adesso. “Se vuoi qualcosa nella vita allunga la mano e prendila”. Mi piaceva l’idea di trarre spunto da questa frase e riproporla sul blog adattandola alla mia vita di tutti i giorni e alla vita di tutti i giorni della gran parte delle persone, anche perchè evidentemente tanti nel corso della loro esistenza hanno teso la mano e hanno preso, alcuni altri no. Credo sia capitato a tutti di trovarsi di fronte a qualcosa di interessante; che sia una persona nell’ambito dell’amicizia o sentimentale, un posto di lavoro, un oggetto, un’aspirazione, un’ambizione o un sogno. Spesso magari quel qualcosa l’abbiamo sempre trovato irraggiungibile per noi, o magari anche no, tanto almeno una volta da provare a tendere la mano per cercare di afferrare quel qualcosa così importante per noi, a volte afferrandolo e altre volte allungando la mano senza portare a casa nulla. Quella frase tratta dal film è molto toccante, e vuole essere un segno di speranza, rafforzando l’idea che se si vuole qualcosa bisogna combattere per averla, ti devi scontrare, devi sudare per farla tua. Ed evidentemente devi fartene una ragione se avendo fatto tutti i tentativi possibili, non si è riusciti a raggiungere una determinata altezza o un determinato obiettivo. Nella mia vita spesso ho teso la mano, direi quasi sempre. A volte ho raccolto e a volte no. E proprio qui mi sono accorto che molte persone non sono capaci di farlo perchè il tendere la mano non è solo un gesto visivo fisico, ma è una predisposizione e una capacità di mettersi in ascolto di quello che la vita ti da e ti permette di guardare il mondo con occhi nuovi, e non è una cosa indifferente. Tendere la mano non è facile, ci sono diverse “forze” che entrano in gioco prepotentemente per ostacolarci. L’orgoglio (che è il male peggiore di ognuno di noi), la paura di non farcela e quella di non ricevere nulla in cambio. Forse quest’ultima è la paura più ricorrente, ma a furia di non ricevere nulla dopo tanti sforzi mi ha fatto capire che è anche bello talvolta non ricevere niente, è anche bella l’azione del dare e del solo tendere la mano, per il semplice fatto che questo tipo di azione è come se fosse un allenamento emotivo, ti tiene in “forma” e ti fa sentire sempre predisposto a qualsiasi cosa. Positiva o negativa che sia. Nella mia esperienza e nell’esperienza degli altri attraverso le loro storie, magari le prime volte che tendi la mano non porti a casa nulla. Poi è evidente dopo tante volte quella mano riesce a portare a casa qualcosa… Ma ci si esercita, perchè ho capito quanto l’esercizio sia più importante del risultato finale ottenuto. Ma è proprio vero che se vogliamo la felicità basta tendere la mano per prendere quello che vogliamo? Forse in gioco non c’è solo la nostra volontà, ma anche la volontà del’altro specie quando si tratta di rapporti interpersonali che sono sempre i più delicati. Tendere la mano rappresenta a volte il bambino che c’è in noi, un po’ come il libro del piccolo principe, quell’ingenuità del gesto del tendere la mano o anche del sorriso che poco a poco perdiamo con l’avanzare del tempo, sostituiti a volte da gesti falsi. Ci troveremo sempre più volte a vedere le mani tese da persone che ci chiedono qualcosa che non hanno, ma non per loro scelta ma perchè purtroppo gli è stata tolta, ed è uno scenario molto comune al giorno d’oggi tra la crisi economica e la crisi interiore delle persone. E il tirocinio in ambito psichiatrico fatto a luglio mi ha aiutato moltissimo a capire questo meccanismo. Ma di questo, non solo le persone con problemi psichiatrici ne soffrono. Nella mia vita in alcuni ambiti ho sempre volato basso, anzi oserei dire raso terra, a volte sfiorando il suolo e facendomi male. Forse avrei dovuto invece volare alto perchè le mie fregature le ho sempre prese, e forse volando più in alto avrei avuto una visione un po’ più ampia e a lungo spettro di ciò che mi circonda perchè quando si cerca di afferrare qualcosa e non si riesce ad afferrare nulla ci si sente perdenti, e quindi pronti alla resa e a ricominciare da capo che spesso è molto faticoso e logorante. Rabbia, delusione, amarezza, illusione; sono gli stati d’animo che viviamo quando ci troviamo in questa situazione. Quante volte mi è accaduto personalmente e accade tutti i giorni costantemente tra le persone. Sentirsi perdenti fortunatamente almeno nel mio caso non accade tutti i giorni, sono più le volte in cui porto a casa qualche vittoria, magari quel qualcosa che neanche mi aspettavo e che magari ha più valore di quello che cercavo o che speravo. Però mi è capitato di sentirmi perdente perchè nella vita non si può vincere sempre. Sarebbe molto noioso vincere sempre e si perderebbe il vero senso della vittoria. Sono sempre stato dell’idea che è importantissimo saper perdere nella vita così come è importante fare un passo in avanti e cercare di osare un po’ di più senza aver timore di sbagliare o di fallire. Sento spesso queste frasi dalle persone che mi stanno più attorno ma non so se siano frasi dovute, oppure se siano frutto di esperienze reali vissute in passato. Mi auguro di più la seconda perchè vivere significa anche rischiare. Nel nostro DNA è come se ci fosse qualcosa che ci richiama tutte le volte al non rassegnarci come se la parola rassegnazione possa portare automaticamente ad un fallimento o appunto a una perdita o una sconfitta, volendo sempre ricominciare a tutti i costi per non sentirsi sconfitti o dei perdenti nella vita. Credo che le cose non stiamo proprio così, perchè nonostante entrino in gioco quegli stati d’animo menzionati poco più sopra, perdere significa saper accettare, sapersi accettare, significa capire una cosa che tutti gli esseri umani hanno e cioè i propri limiti, quegli ostacoli e quei piccoli spigoli che purtroppo non ci permettono di arrivare alle cose come vorremmo noi, ostacolando il nostro raggiungimento di obiettivi attraverso delle strade che poi ognuno di noi si pregiffe. E io penso, collegandomi a una delle frasi di “Into the wild: Abbiamo solo bisogno di cambiare il modo di guardare le cose…” che sia bello incominciare fin da subito che perdere sia una grandissima opportunità che la vita ci regala per imparare ad accettarsi per come siamo, con i nostri limiti, con le nostre grandi incapacità. Cominciare a pensare che quando si perde qualcosa non si perde se stessi (sarebbe molto più grave perdere se stessi per qualcun’altro) ma un qualcosa che abbiamo sognato, desiderato, sperato e che quindi pensavamo fosse importantissimo per la nostra vita, e poi ci siamo resi conto col tempo che alla fine quel qualcosa che abbiamo perso era solo un piccolo dettaglio a volte insignificante e poco importante. E quindi arrivare alla resa rendendosi, significa accettarsi. Non sempre una sconfitta è negativa, alle volte può anche essere una vittoria annunciata solo che però al momento, presi dalla delusione e dagli stati d’animo descritti sopra, è una cosa che non capiamo. E poi una sconfitta deve avere il tempo di essere metabolizzata dentro di noi, deve essere vissuta e attraversata dentro di noi con gli stati d’animo che essa si porta dietro. E quindi siamo sicuri che accettare una sconfitta sia una perdita? Accettarle non è da tutti, perchè per accettarle bisogna avere una profondissima maturità e dopodichè si vince: perchè questa azione ci permette di rialzarci capendo dove è stata la falla e di andare avanti. E poi oltre a sapersi accettare significa anche diventare più forti, perchè è un modo per consolidare il proprio carattere e rafforzarlo cercando di smussare le nostre debolezze. E poi sulla mia pelle è capitato che dopo aver accettato una sconfitta, ci sia stata una rinascita, ovvero un cambiamento di vita che ha portato solo cose positive. Ed evidentemente, se non fosse stato per le mie sconfitte, sicuramente non avrei avuto modo di conoscermi cosi a fondo. Non avrei avuto modo di aprire molti anni fa questo blog partito dall’idea di raccontare e dare un senso alle mie giornate noiose prima a me stesso, scrivendole su “carta virtuale”, e poi a quei due amici che le seguivano insieme a me. Nella vita ci sono tanti dubbi e pochissime certezze, che si contano sulle dita di una mano. Una di queste sicuramente è che chi desidera vincere deve anche sapersi arrendere e saper perdere. E io ne sono il testimone vivente…

Cure palliative – psichiatria

Esattamente da una settimana ho terminato il tirocinio in cure palliative. Un mese e mezzo passato tra l’assistenza domiciliare e l’hospice. E’ stato il mese e mezzo più bello, un’esperienza che non dimenticherò mai. Ho conosciuto tantissime persone, belle e un po’ meno belle, diverse tra loro ma con un obiettivo comune: la grande e durissima battaglia contro il cancro. Una battaglia che spesso la si perde, anzi quasi sempre quando si tratta di cure palliative, ma che in qualche modo anche se si perde un pochino si esce vincitori lo stesso. Per lo meno mi piace pensarla così. Pazienti che mi sono rimasti nel cuore, che mai dimenticherò, con cui ho legato tantissimo e con cui ho condiviso con loro un percorso difficile ma che sebbene le loro grandi difficoltà sono riusciti a regalarmi un sacco di emozioni, di sorrisi, e di abbracci… e pazienti con cui ho legato poco e che a volte fatico anche a ricordare il loro nome. Da una parte famiglie stupende, unite, che ancora mi ricordano, e dall’altra famiglie disastrate. Persone abbadonate. Litigi e situazioni da brividi. Questo è il risultato del mese e mezzo passato in questa bellissima realtà. Grande cooperazione tra medici e infermieri, tutte persone stupende. Tanta la rabbia quando ci si trovava davanti a certe situazioni e ci si sente impotenti. Lunedì ho iniziato invece, a malincuore, una nuova esperiena di tirocinio in psichiatria. A malincuore perchè iniziare una nuova esperienza quando ancora hai l’odi e l’hospice nel cuore è dura. Due ambienti così diversi, ma in certi aspetti così simili. C’è di tutto dove sono io, dai giovani ragazzi di 20anni a quello di 56 anni. Dal meccanico di formula uno al comune ragazzo studente che con tutti i loro problemi a volte riescono anche a regalarti un timido sorriso. E a volte mi arrabbio con me stesso, perchè essendo un disadattato e un perenne insoddisfatto spesso credo di avere tutto ma sento la mancanza di tutto. In realtà se penso a queste due esperienze di tirocinio, sono proprio loro ad avere poco e niente, vivendo con le piccole cose e i piccoli gesti che fanno e ricevono e li arricchiscono durante le loro noiosissime giornate, e queste cose li diverte, li fa stare bene. Sto imparando molto anche da loro e spero grazie a queste esperienze di tirocinio di rafforzare di più non solo tutto ciò che riguarda la professione, ma anche tutto quello che riguarda il mio mondo interiore: il mio modo di essere e i miei stati d’animo. E devo dire che grazie ai due tirocini penso di essere sulla buona strada…

Milano trema!

La terra qui al nord continua a tremare. E’ una sensazione stranissima, surreale. Milano in continuo movimento nessuno se la sarebbe mai immaginata. In poco meno di tre ore ben due volte oggi ci hanno fatto evacuare dalla palazzina dell’università. Mai visto prima d’ora. Dall’inizio del 2012 con oggi ben 3 volte, due oggi e una tre mesetti fa, si contano all’incirca 4/5 scosse in totale. Mai vista una cosa simile. Gente che scendeva dalle scale di emergenza il più veloce possibile, gente in tachicardia spaventata e agitata. Gente che neppure l’ha percepita la scossa, sebbene sia stata abbastanza forte. Poi ti colleghi su internet dal primo smartphone a disposizione e sulla prima testata giornalistica scopri che in quel momento, in cui scendevi le scale e realizzavi pian piano cosa stava accadendo da te e avevi il tempo anche di fartela addosso, ben 15 persone stavano perdendo la vita a poco più di 200 km di distanza. Da brividi. Capannoni nuovi che dovrebbero essere antisismici che invece vengono giu come carta velina. Operai che rimangono schiacchiati come formiche. La paura è parecchia. Si prevedono probabilmente ulteriori scosse forti nelle prossime ore. Ci hanno sempre inculcato che la pianura padana non è una zona sismica, e in realtà grossi problemi non sono mai esistiti fino ad ora. Qualcosa sta cambiando, lo dicono anche i geologi, e noi in lombardia non siamo per niente pronti a questi eventi. Evacuare un edificio è fattibile, ma evacuare un intero ospedale? Forse è bene iniziare a fare qualcosa per evitare una seconda Aquila o una seconda Modena. Tutto ciò che sta succedendo è spaventoso. Eppure le immagini trasmesse dai tg serali sono ben chiare. La devastazione. Ancora oggi si dimostra quanto appariamo apparentemente grandi e imbattibili, ma ad averla vinta non siamo mai noi e ci dimostriamo essere sempre dei “perdenti”. Qualcosa sta cambiando. Noi abbiamo cambiato il mondo, ora è il mondo a cambiare noi.

Come un pittore

“Ciao, semplicemente ciao, difficile trovare parole molto serie, tenterò di disegnare.. Come un pittore, farò in modo di arrivare fino al cuore con la forza del colore. Azzurro come te, come il cielo e… il mare. E giallo come luce… del sole.. Rosso come le.. cose che mi fai.. provare. Disegno l’erba verde come la speranza, e come frutta ancora acerba. E adesso un po’ di blu.. Come la notte, e bianco come le sue stelle con le sfumature gialle. Per le tempeste.. Non ho il colore.. Con quel che resta disegno un fiore.  

Mi sono letteralmente innamorato perso di queste frasi, di questa canzone, di questo testo e di questa melodia. Adoro ascoltarla anche 200 volte al giorno. Sono forse l’unico al mondo che si innamora di più delle canzoni che mi somigliano che delle persone che mi circondano. Del resto a me, ma anche a tutti noi piacerebbe almeno una volta nella vita essere un colore ben visibile al centro della tela… Essere quel colore acceso in mezzo a tanti colori scuri. Essere quel colore che fa la differenza.


Ragazzo, impara nella vita a non prenderti troppo sul serio!

Ragazzo, impara nella vita a non prenderti troppo sul serio“. E’ la frase che da qualche tempo a questa parte staziona fissa nella mia testa, come se rimbombasse dentro di me da mattino sino a tirar sera. E’ da qualche settimana che sto scrivendo questa paginetta, ed è avvenuto ciò che è si è realizzato altre rarissime volte quando ti ritrovi a passare dalla brutta alla bella copia per poi ritornare alla brutta copia e cancellare, aggiungere nuovi pezzi, cambiare frasi per poi non essere soddisfatto e non saper cosa scrivere oppure addirittura riscrivere concetti diversi anche a distanza di pochissimo tempo. Poi destino vuole qualche sera fa ho ascoltato una intera trasmissione dove parlavano appunto di ciò che da settimane e settimane cercavo di mettere in ordine nella mia testolina. Evidentemente quando si cerca di parlare o di scrivere di un qualcosa che parte e nasce in primis da noi, dal nostro mondo interiore e dai nostri stati d’animo e dal nostro vissuto è molto difficile mettere in ordine i pensieri e buttare giù due righe. Forse anche questa è una questione legata dal fatto che nella vita è meglio non prendersi mai troppo sul serio, anche se devo dire che è un equilibrio che forse, e dico forse, ho raggiunto solo qua su questo piccolo spazio virtuale ma che, in realtà, nella vita reale e monotona di tutti i giorni è una meta ancora sconosciuta e molto lontana per me. Beati quelli che sono abbastanza intelligenti per non prendersi sul serio – diceva un saggio. Ma anche Pasolini disse che la serietà è la virtù di chi non ne ha altre. L’ironia, invece, è sintomo di una mente lucida e vividamente critica. Il non prendersi troppo sul serio nella vita è paragonato a un valore, che personalmente a tratti non ho o credo di non avere e siccome per l’appunto ancora oggi ne sono privo e non lo possiedo completamente, mi piacerebbe da autodidatta imparare se possibile da solo a costruirmelo da me con le mie forze e con le mie risorse, partendo magari da una semplice paginetta che contiene i pensieri più confusi di una persona ancora più confusa dei suoi pensieri stessi. Ho la convinzione che il prendersi in giro da soli, l’avere un distacco parziale o totale delle cose che ci succedono in tutti gli istanti, lo specchiarsi più volte davanti ad un grande specchio e prendersi in giro, ridere di se, ridere dei propri difetti o dei propri sbagli, farsi le boccacce allo specchio e fissare nella testa un concetto fondamentale, cioè quello di ridere e vivere di più senza mai farsi troppe domande possa aiutare nell’ardua impresa. Una grossa impresa, almeno per me. Ridere di se e farsi scivolare le cose negative che ci accadono non è facile. Quando qualcuno con la sua superficialità e la sua, appunto, leggerezza, tocca delle sfumature e dei lati che fanno parte del mio modo di essere e del mio mondo interiore difficilmente, ora come ora, sono in grado di riderci su. Lo stesso magari avviene quando mi succedono delle cose poco favorevoli, quelle che poi comunemente vengono chiamate “sfighe”. Soprattutto i comportamenti da parte di altri che poi si trasformano in me nel sentimento più comune ma anche più complesso di delusione e illusione. Sono una persona che ci riflette e ci rimurgina su magari anche giorno e notte. Classico stato di chi possiede ironia verso gli altri ma che allo stesso tempo non sa cosa sia l’autoironia. Avere l’autoironia è un po’ come avere un carattere estroverso. O ce l’hai, o non ce l’hai. Se non ce l’hai sei introverso. E io non avendo nè un carattere estroverso e nè l’autoironia non sono nemmeno a metà strada e sono un caso disastroso così come in tutte le cose. Però, a differenza di un carattere o di una personalità che è difficile se non a volte impossibile cambiare perchè parte integrante di noi, imparare ad essere più autoironici è già un qualcosa di più fattibile e con un po’ di esercizio secondo me si riescono ad ottenere grandi risultati. Imparare ad essere in grado di farsi scivolare addosso le cose con estrema facilità senza incassarle e metabolizzarle imparando a volare più in alto per far si che tutte le cose che ci accadono siano in qualche modo più leggere e disincantate. “La leggerezza più pura è quella di poter volare al di sopra di ogni cosa con la consapevolezza di poterlo fare”. Altro problema concatenante è la troppa importanza. Dare troppa importanza a persone o cose che magari ci fanno solo perdere del tempo e non darne a chi davvero se lo merita o anche a noi stessi. Spesso mi è capitato di rimanere male per alcuni comportamenti e mi sono reso conto dopo di quanto tempo ho perso dando appunto grande importanza e l’aver dedicato tutto il mio tempo a quelle cose o quelle persone che mi avevano colpito, ferito e fatto star male. Bisognerebbe evitare di farsi condizionare da quello che gli altri pensano facendoci scivolare il giudizio degli altri e di chi magari neanche ti conosce. Bisognerebbe evitare di dare troppa importanza alle apparenze. Sono appunto apparenze, e spesso queste ti fanno vedere cose che non esistono e ti portano in strade totalmente sbagliate e diverse dalla realtà. Dovrei imparare a non dare troppa importanza a quelle persone che giocano con i tuoi sentimenti, con le tue debolezze. A quelle persone che magari speri in un qualcosa in più ma che nell’inconscio sai che nulla si verificherà, meglio vivere con i piedi per terra e basta saper aspettare. A quelle che magari te lo fanno credere ma che in realtà non sanno neanche loro cosa vogliono nella loro vita. Mai dare troppa importanza all’amore, alla relazione al tuo partner. Sarebbe meglio evitare di contare troppo sull’altro o sull’altra. E’ possibile (e al giorno d’oggi si verifica molto spesso) che un giorno ti ritroverai solo e magari contro tutti, e i pilastri costruiti col tempo e con fatica li vedrai cadere tutti insieme e ciò che rimarrà sarà soltanto il vuoto. Più nessuna certezza. Mai dare troppa importanza ai complimenti che la gente ti rivolge, i complimenti costano poco e certe volte non valgono di più.. quello che vali lo sai solo tu e nessun’altro se non le persone più care. “Dai il giusto peso alle cose e prendi solo il meglio”. Ma la domanda che mi faccio costantemente è proprio questa: Come si fa a imparare ad essere leggeri nella vita, essere poco pesanti e imparare a non farsi quelle che a Roma si chiamano “pippe mentali”? Come si fa a imparare a dare il giusto peso e la giusta importanza alle cose e alle persone? Una ricetta o una formula magica purtroppo (o per fortuna) non esiste. Spesso pensiamo anche che le cose che accadono agli altri siano migliori di quelle che accadono a noi. Ammetto di averlo pensato più volte anch’io nel corso di questi anni e a volte ancora oggi di esserne anche certo. Ma evidentemente se riuscissi e riuscissimo tutti quanti a prendere la vita un pò più di petto, con quel disincanto, con quella leggerezza, con quella misurata e giusta ironia seguita da quel distacco forse questi pensieri non si verificherebbero più, si vivrebbe con meno rimorsi, meno colpe, forse anche meno errori. Ma cosa vuol dire vivere la vita con leggerezza? Forse il fatto di non dare molto peso alle cose che ci circondano perchè porre troppa attenzione al mondo esterno e agli altri può fare male. E devo dire la verità, io di leggero non ho proprio niente. Anzi, sono pesantissimo, pesantissimo prima con me stesso e poi anche con gli altri, ma nella vita so di essere anche abbastanza cazzaro tanto quanto serve nei momenti giusti e questo forse mi salva. Sarebbe bello quindi imparare a porre più attenzione a se stessi, volersi più bene e non aspettare che siano solo gli altri a farlo nei nostri confronti, riconoscendo anche il nostro valore cambierebbe l’energia, quella sottile e impercettibile energia che permette alle altre persone più in sintonia con questa nostra energia ad avvicinarsi a noi. Tutto ciò che rende irrisolto e complesso il nostro stato d’animo secondo me nasce proprio da questo, dal fatto che noi guardiamo gli altri tant’è che io spesso lo riconosco, indosso sempre più spesso i panni da “grande osservatore” mentre mi autorimprovero perchè nella vita non bisogna essere soltanto osservatori ma ci si deve rendere anche protagonisti, ci si deve sporcare le mani, bisogna osare e rischiare e prendere la vita di petto. Invece c’è chi, nella sua varietà di dubbi e domande, non si piace o non ha ancora imparato ad accettarsi così per com’è, pensando che le cose belle e le emozioni più forti che vivono gli altri non potranno mai essere vissute in prima persona e quindi non potrebbero mai accadere. Invece ho capito col tempo, con le delusioni e ascoltando anche le storie degli altri, che nella vita basta alzarsi una mattina, una mattina che magari assomiglia a tutte le altre, e cominciare a guardare il mondo con occhi nuovi perchè la vita è più fantasiosa di ognuno di noi e sarà in grado di ripagarci e di restituirci quello che meritiamo. Forse ciò che ho scritto può sembrare patetico così come il 99% delle cose che dico e penso, ma soprattutto scrivo, ma in verità non lo sono e non lo vogliono essere. Forse la penultima frase scritta sembra soltanto un pensiero utopico, può anche essere che sia così, ma a 24 anni suonati mi piace pensarla così.