Primo post del 2013

La mail ricevuta da WordPress il 31 dicembre 2012 recitava così:

“Nel 2012, ci son stati 24 nuovi articoli, che hanno portato gli archivi totali del tuo blog a 322 articoli. Hai caricato 17 immagini, per un totale di 808 KB. È quasi un’immagine al mese.

Il giorno più trafficato dell’anno è stato 15 dicembre con 93 pagine lette. Il messaggio più popolare quel giorno fu Citazioni Preferite.”

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Questo è il primo post dell’anno. Non mi sono dimenticato di scrivere l’ultimo del 2012, quello del bilancio annuale così come accade praticamente da quando scrivo su qua ho voluto evitarlo. E’ stato già un anno pieno di bilanci, chiusi in positivo e in negativo, ho voluto almeno evitare una volta di scrivere le stesse cose scritte nell’intero anno e di vivermi con un’altra ottica il nuovo, sapendo che il 2013 sarà un anno simile a quello trascorso sotto certi punti di vista, ma molto surreale rispetto ad altri punti. La scelta di scrivere oggi questo post è una cosa studiata, al rientro dalle vacanze natalizie e le mie, soprattutto gli ultimi giorni dell’anno, passati facendo spola tra casa e lontano da casa, con le persone più fidate in questo momento. Rientrato a casa ormai da qualche giorno, si rientra alla normale vita di tutti i giorni.

Altra scelta su cui dovrò ragionarci su, ma su cui però sono intenzionato fare, è abbandonare questo blog. Archiviarlo per sempre, e oscurarlo dalla rete. Credo sia arrivato il momento, altri 7 anni non reggerebbero.

Per tutto il resto, un augurio sincero di un Buon 2013.

Davide

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Natale 2012

Un po’ in ritardo sulla tabella di marcia degli altri anni ho finito ora di fare il presepe, ho messo: 5 case distrutte dal terremoto, 4 case alluvionate, 4 container dove far vivere la gente sfollata, 55 banche, 82 chiese esenti da IMU, il bue e l’asinello non me li posso permettere, vista la tassa sugli animali, e ora anche il papa ha deciso di abolirli! Ho messo la grotta, umida e meno confortevole della capanna ma almeno non devo pagare l’IMU (sperando che a Monti non venga in mente di tassare anche le grotte, in tal caso al buon Giuseppe e alla povera Maria non resterà che andare sotto un ponte); non ho potuto mettere il Bambin Gesù, considerato che Giuseppe e Maria con il loro lavoro non arrivano a fine mese e i loro genitori con la riduzione della pensione non possono più aiutarli… Ho messo 1500 re magi rigorosamente in auto blu… Mi sembra che non manchi nulla!

Per chi crede ancora e vive l’atmosfera Natalizia appieno auguro un Buon natale.  Per chi ci crede meno e per chi non la vive affatto, come il sottoscritto, per chi non ha lavoro, per chi vive in mezzo una strada, per chi è costretto a passare questi giorni invece che seduto al proprio tavolo, sdraiato in un letto di ospedale, per chi sta vivendo un momento di fragilità e di debolezze fisiche, mentali ed economiche, per chi vive momenti di solitudine non voluta, per chi è solo, e poi infine per concludere, anche a me stesso, auguro di vivere questi momenti con maggior spensieratezza senza puntare troppo sulla “speranza” ma su se stessi. Per chi invece non vede l’ora che finiscano, tranquilli, è solo questione di pochi giorni e poi finirà tutto 🙂

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Imparare a stare da soli

Due sere fa, in prima serata, sono stato protagonista in una trasmissione radiofonica a livello nazionale, dopo diversi mesi di silenzio e di pausa di comparse telefoniche e non nei diversi network radiofonici, l’ultima in ordine di tempo due annetti fa a Radio KissKiss, come corrispondente d’Italia della zona di Milano, quando andava ancora in onda Freeway, di Carlotta.

Tutto questo dopo aver inviato una email alla redazione scritta da me che recitava così:

“Bisogna imparare a stare da soli, solo così si può imparare a stare con gli altri. Altrimenti ci stai perchè ne hai bisogno.
Bisogna fare a scuola un’ora di insegnamento alla solitudine, imparare a bastarsi.”

E’ la frase tratta da un’intervista del cantante Vasco Rossi che da qualche tempo a questa parte mi rimbomba nella testa. Come si fa ad imparare a stare da soli? Come si fa a imparare a stare con gli altri, pur sapendo che i rapporti interpersonali (amicizia amore…colleghi di lavoro, ecc) sono i tipi di rapporti più fragili che possano mai esistire, considerando che sono moltissime le possibilità che due sconosciuti possano diventare ottimi amici quanto come due migliori amici possano diventare, da un momento all’altro, perfetti sconosciuti? Come si fa a crearsi un equilibrio interno? Ci siete riusciti? Siamo nati soli, viviamo soli, moriamo soli. Solo attraverso l’amore e l’amicizia possiamo creare l’illusione, per un momento, di non essere soli….diciamo che imparare a stare da soli e a cavarsela da soli e’ un prova di forza …secondo me. Cosa ne pensate? Vi porpongo questa serie di domande per parlarne nel programma, credo di non essere l’unico al mondo a farmi queste domande e a non trovarmi una risposta.

Letta in diretta nazionale, è nata una bellissima discussione, con tanto di complimenti per l’argomento bellissimo, centinaia e centinaia di chiamate ed sms arrivati in radio in due ore, chi voleva provare rispondere a queste domande, chi si sentiva rappresentato dalla mia lettera e dalle domande, chi raccontava la sua storia personale. Sono rimasto abbastanza soddisfatto non dalle risposte in sè, perchè evidentemente è difficile rispondere a quelle domande, ma nelle storie degli altri o nell’opinione degli altri. Per la prima volta vorrei rivolgere le stesse domande a quelle persone che mi seguono regolarmente o che mi seguono bazzicando qua e la nei vari blog e siti web, per l’appunto chiedendovi:

Come si fa a imparare a stare da soli? Come si fa a imparare a stare con gli altri, pur sapendo che i rapporti interpersonali (amicizia amore…colleghi di lavoro, ecc) sono i tipi di rapporti più fragili che possano mai esistire? Come si fa a crearsi un equilibrio interno? Belle domande esistenziali, erano da parecchio tempo che non mi saltavano in testa! 😉

Se vuoi qualcosa nella vita allunga la mano e prendila…

Durante il lungo mese estivo di agosto oltre ad essermi riposato, ad aver studiato, aver preso il sole e ad aver fatto tutto ciò che si fa in estate, mi sono ritagliato del tempo libero generalmente durante le notti per vedere films e cortometraggi che da tempo desideravo vedere ma che con gli impegni di routine che avvengono quotidianamente in una settimana lavorativa qualunque me li sarei soltanto sognati. Avrò guardato una decina di film, telefilm, cartoni animati della pixar (quelli famosi che sbarcano al cinema e fanno un successone tra bambini e adulti) documentari e il nuovo canale del DT Focus. E molto altro. Ma tra film di fantascienza, horror e comici che mi hanno accompagnato nella lunga estate, due sono stati prevalentemente quelli che mi hanno emozionato tanto da essermici trovato dentro, un po’ come un vero protagonista ma nel mio caso non di un film ma della vita reale e normale di tutti i giorni. Uno è Alla Ricerca Della Felicità, uscito 2006 il cui protagonista è Will Smith, storia che mi ha molto colpito e di cui magari scriverò una paginetta più avanti. L’altro, che poi è quello di cui voglio parlare per sfiorare l’argomento di questa pagina, è Into the Wild – Nelle terre selvagge di Sean Penn di qualche anno fa. Una di quelle storie che ti appassiona perchè chi di noi non ha mai avuto voglia di evadere da questa realtà, da questa società piena di stereotipi negativi, convenzioni nate dal nulla e senza senso ma che devi seguire se vuoi avere una piccola considerazione in questa piccola fetta del mondo, una società consumista e capitalista dove non si riesce più a vivere? Due frasi tratte dal film: “Non credere che le gioie della vita vengano soprattutto tra le persone. Dio le ha messe tutte intorno a noi. Sono ovunque. In tutto ciò di cui possiamo fare esperienza. Abbiamo solo bisogno di cambiare il modo di guardare le cose…” e poi ancora: “e ricordati sempre.. se vuoi qualcosa nella vita allunga la mano e prendila”. In realtà ce ne sono altre di frasi molto belle all’interno del film, ma queste due, specialmente l’ultima, mi hanno portato a fare una serie di riflessioni anche grazie alle esperienze che la vita mi ha regalato fino adesso. “Se vuoi qualcosa nella vita allunga la mano e prendila”. Mi piaceva l’idea di trarre spunto da questa frase e riproporla sul blog adattandola alla mia vita di tutti i giorni e alla vita di tutti i giorni della gran parte delle persone, anche perchè evidentemente tanti nel corso della loro esistenza hanno teso la mano e hanno preso, alcuni altri no. Credo sia capitato a tutti di trovarsi di fronte a qualcosa di interessante; che sia una persona nell’ambito dell’amicizia o sentimentale, un posto di lavoro, un oggetto, un’aspirazione, un’ambizione o un sogno. Spesso magari quel qualcosa l’abbiamo sempre trovato irraggiungibile per noi, o magari anche no, tanto almeno una volta da provare a tendere la mano per cercare di afferrare quel qualcosa così importante per noi, a volte afferrandolo e altre volte allungando la mano senza portare a casa nulla. Quella frase tratta dal film è molto toccante, e vuole essere un segno di speranza, rafforzando l’idea che se si vuole qualcosa bisogna combattere per averla, ti devi scontrare, devi sudare per farla tua. Ed evidentemente devi fartene una ragione se avendo fatto tutti i tentativi possibili, non si è riusciti a raggiungere una determinata altezza o un determinato obiettivo. Nella mia vita spesso ho teso la mano, direi quasi sempre. A volte ho raccolto e a volte no. E proprio qui mi sono accorto che molte persone non sono capaci di farlo perchè il tendere la mano non è solo un gesto visivo fisico, ma è una predisposizione e una capacità di mettersi in ascolto di quello che la vita ti da e ti permette di guardare il mondo con occhi nuovi, e non è una cosa indifferente. Tendere la mano non è facile, ci sono diverse “forze” che entrano in gioco prepotentemente per ostacolarci. L’orgoglio (che è il male peggiore di ognuno di noi), la paura di non farcela e quella di non ricevere nulla in cambio. Forse quest’ultima è la paura più ricorrente, ma a furia di non ricevere nulla dopo tanti sforzi mi ha fatto capire che è anche bello talvolta non ricevere niente, è anche bella l’azione del dare e del solo tendere la mano, per il semplice fatto che questo tipo di azione è come se fosse un allenamento emotivo, ti tiene in “forma” e ti fa sentire sempre predisposto a qualsiasi cosa. Positiva o negativa che sia. Nella mia esperienza e nell’esperienza degli altri attraverso le loro storie, magari le prime volte che tendi la mano non porti a casa nulla. Poi è evidente dopo tante volte quella mano riesce a portare a casa qualcosa… Ma ci si esercita, perchè ho capito quanto l’esercizio sia più importante del risultato finale ottenuto. Ma è proprio vero che se vogliamo la felicità basta tendere la mano per prendere quello che vogliamo? Forse in gioco non c’è solo la nostra volontà, ma anche la volontà del’altro specie quando si tratta di rapporti interpersonali che sono sempre i più delicati. Tendere la mano rappresenta a volte il bambino che c’è in noi, un po’ come il libro del piccolo principe, quell’ingenuità del gesto del tendere la mano o anche del sorriso che poco a poco perdiamo con l’avanzare del tempo, sostituiti a volte da gesti falsi. Ci troveremo sempre più volte a vedere le mani tese da persone che ci chiedono qualcosa che non hanno, ma non per loro scelta ma perchè purtroppo gli è stata tolta, ed è uno scenario molto comune al giorno d’oggi tra la crisi economica e la crisi interiore delle persone. E il tirocinio in ambito psichiatrico fatto a luglio mi ha aiutato moltissimo a capire questo meccanismo. Ma di questo, non solo le persone con problemi psichiatrici ne soffrono. Nella mia vita in alcuni ambiti ho sempre volato basso, anzi oserei dire raso terra, a volte sfiorando il suolo e facendomi male. Forse avrei dovuto invece volare alto perchè le mie fregature le ho sempre prese, e forse volando più in alto avrei avuto una visione un po’ più ampia e a lungo spettro di ciò che mi circonda perchè quando si cerca di afferrare qualcosa e non si riesce ad afferrare nulla ci si sente perdenti, e quindi pronti alla resa e a ricominciare da capo che spesso è molto faticoso e logorante. Rabbia, delusione, amarezza, illusione; sono gli stati d’animo che viviamo quando ci troviamo in questa situazione. Quante volte mi è accaduto personalmente e accade tutti i giorni costantemente tra le persone. Sentirsi perdenti fortunatamente almeno nel mio caso non accade tutti i giorni, sono più le volte in cui porto a casa qualche vittoria, magari quel qualcosa che neanche mi aspettavo e che magari ha più valore di quello che cercavo o che speravo. Però mi è capitato di sentirmi perdente perchè nella vita non si può vincere sempre. Sarebbe molto noioso vincere sempre e si perderebbe il vero senso della vittoria. Sono sempre stato dell’idea che è importantissimo saper perdere nella vita così come è importante fare un passo in avanti e cercare di osare un po’ di più senza aver timore di sbagliare o di fallire. Sento spesso queste frasi dalle persone che mi stanno più attorno ma non so se siano frasi dovute, oppure se siano frutto di esperienze reali vissute in passato. Mi auguro di più la seconda perchè vivere significa anche rischiare. Nel nostro DNA è come se ci fosse qualcosa che ci richiama tutte le volte al non rassegnarci come se la parola rassegnazione possa portare automaticamente ad un fallimento o appunto a una perdita o una sconfitta, volendo sempre ricominciare a tutti i costi per non sentirsi sconfitti o dei perdenti nella vita. Credo che le cose non stiamo proprio così, perchè nonostante entrino in gioco quegli stati d’animo menzionati poco più sopra, perdere significa saper accettare, sapersi accettare, significa capire una cosa che tutti gli esseri umani hanno e cioè i propri limiti, quegli ostacoli e quei piccoli spigoli che purtroppo non ci permettono di arrivare alle cose come vorremmo noi, ostacolando il nostro raggiungimento di obiettivi attraverso delle strade che poi ognuno di noi si pregiffe. E io penso, collegandomi a una delle frasi di “Into the wild: Abbiamo solo bisogno di cambiare il modo di guardare le cose…” che sia bello incominciare fin da subito che perdere sia una grandissima opportunità che la vita ci regala per imparare ad accettarsi per come siamo, con i nostri limiti, con le nostre grandi incapacità. Cominciare a pensare che quando si perde qualcosa non si perde se stessi (sarebbe molto più grave perdere se stessi per qualcun’altro) ma un qualcosa che abbiamo sognato, desiderato, sperato e che quindi pensavamo fosse importantissimo per la nostra vita, e poi ci siamo resi conto col tempo che alla fine quel qualcosa che abbiamo perso era solo un piccolo dettaglio a volte insignificante e poco importante. E quindi arrivare alla resa rendendosi, significa accettarsi. Non sempre una sconfitta è negativa, alle volte può anche essere una vittoria annunciata solo che però al momento, presi dalla delusione e dagli stati d’animo descritti sopra, è una cosa che non capiamo. E poi una sconfitta deve avere il tempo di essere metabolizzata dentro di noi, deve essere vissuta e attraversata dentro di noi con gli stati d’animo che essa si porta dietro. E quindi siamo sicuri che accettare una sconfitta sia una perdita? Accettarle non è da tutti, perchè per accettarle bisogna avere una profondissima maturità e dopodichè si vince: perchè questa azione ci permette di rialzarci capendo dove è stata la falla e di andare avanti. E poi oltre a sapersi accettare significa anche diventare più forti, perchè è un modo per consolidare il proprio carattere e rafforzarlo cercando di smussare le nostre debolezze. E poi sulla mia pelle è capitato che dopo aver accettato una sconfitta, ci sia stata una rinascita, ovvero un cambiamento di vita che ha portato solo cose positive. Ed evidentemente, se non fosse stato per le mie sconfitte, sicuramente non avrei avuto modo di conoscermi cosi a fondo. Non avrei avuto modo di aprire molti anni fa questo blog partito dall’idea di raccontare e dare un senso alle mie giornate noiose prima a me stesso, scrivendole su “carta virtuale”, e poi a quei due amici che le seguivano insieme a me. Nella vita ci sono tanti dubbi e pochissime certezze, che si contano sulle dita di una mano. Una di queste sicuramente è che chi desidera vincere deve anche sapersi arrendere e saper perdere. E io ne sono il testimone vivente…

Le cose che non mi aspetto

Qual è la ricetta e il prezzo da pagare per essere speciali per qualcuno? La canzone della Pausini è molto malinconica, e i dubbi si fanno sempre più vivi.  Il suo testo appare disincantato e apre le porte ai dubbi e alle domande. Le cose che non ti aspetti. Specie dalle persone che reputiamo e ci reputano a loro volta, speciali per loro. Vicine e lontane. Il più delle volte, nella mia esperienza personale, lontane. Nella vita è meglio aspettarsi qualcosa o non aspettarsi nulla? Io ho sempre pensato che se nella vita imparassimo tutti a non aspettarci nulla da nessuno non rimarremmo mai delusi. Si risparmierebbero lacrime, cuori infranti, e i pugni stretti sbattuti contro i muri. Specie per chi, tutte le volte che rischia nella vita, vive questa condizione. Ma questa canzone ha rimesso in discussione ciò che pensavo fino ad ora. Forse anche qui, vige la regola e la legge della verità: Al 50% le verità stanno sempre nel mezzo. Nell’altro restante 50% sono sempre nascoste. Intanto questa canzone mi fa impazzire. Ancora una volta una canzone che fa breccia e fa centro dentro il mio stato d’animo. Non mi resta che cantarla a squarciagola.

Cure palliative – psichiatria

Esattamente da una settimana ho terminato il tirocinio in cure palliative. Un mese e mezzo passato tra l’assistenza domiciliare e l’hospice. E’ stato il mese e mezzo più bello, un’esperienza che non dimenticherò mai. Ho conosciuto tantissime persone, belle e un po’ meno belle, diverse tra loro ma con un obiettivo comune: la grande e durissima battaglia contro il cancro. Una battaglia che spesso la si perde, anzi quasi sempre quando si tratta di cure palliative, ma che in qualche modo anche se si perde un pochino si esce vincitori lo stesso. Per lo meno mi piace pensarla così. Pazienti che mi sono rimasti nel cuore, che mai dimenticherò, con cui ho legato tantissimo e con cui ho condiviso con loro un percorso difficile ma che sebbene le loro grandi difficoltà sono riusciti a regalarmi un sacco di emozioni, di sorrisi, e di abbracci… e pazienti con cui ho legato poco e che a volte fatico anche a ricordare il loro nome. Da una parte famiglie stupende, unite, che ancora mi ricordano, e dall’altra famiglie disastrate. Persone abbadonate. Litigi e situazioni da brividi. Questo è il risultato del mese e mezzo passato in questa bellissima realtà. Grande cooperazione tra medici e infermieri, tutte persone stupende. Tanta la rabbia quando ci si trovava davanti a certe situazioni e ci si sente impotenti. Lunedì ho iniziato invece, a malincuore, una nuova esperiena di tirocinio in psichiatria. A malincuore perchè iniziare una nuova esperienza quando ancora hai l’odi e l’hospice nel cuore è dura. Due ambienti così diversi, ma in certi aspetti così simili. C’è di tutto dove sono io, dai giovani ragazzi di 20anni a quello di 56 anni. Dal meccanico di formula uno al comune ragazzo studente che con tutti i loro problemi a volte riescono anche a regalarti un timido sorriso. E a volte mi arrabbio con me stesso, perchè essendo un disadattato e un perenne insoddisfatto spesso credo di avere tutto ma sento la mancanza di tutto. In realtà se penso a queste due esperienze di tirocinio, sono proprio loro ad avere poco e niente, vivendo con le piccole cose e i piccoli gesti che fanno e ricevono e li arricchiscono durante le loro noiosissime giornate, e queste cose li diverte, li fa stare bene. Sto imparando molto anche da loro e spero grazie a queste esperienze di tirocinio di rafforzare di più non solo tutto ciò che riguarda la professione, ma anche tutto quello che riguarda il mio mondo interiore: il mio modo di essere e i miei stati d’animo. E devo dire che grazie ai due tirocini penso di essere sulla buona strada…

Milano trema!

La terra qui al nord continua a tremare. E’ una sensazione stranissima, surreale. Milano in continuo movimento nessuno se la sarebbe mai immaginata. In poco meno di tre ore ben due volte oggi ci hanno fatto evacuare dalla palazzina dell’università. Mai visto prima d’ora. Dall’inizio del 2012 con oggi ben 3 volte, due oggi e una tre mesetti fa, si contano all’incirca 4/5 scosse in totale. Mai vista una cosa simile. Gente che scendeva dalle scale di emergenza il più veloce possibile, gente in tachicardia spaventata e agitata. Gente che neppure l’ha percepita la scossa, sebbene sia stata abbastanza forte. Poi ti colleghi su internet dal primo smartphone a disposizione e sulla prima testata giornalistica scopri che in quel momento, in cui scendevi le scale e realizzavi pian piano cosa stava accadendo da te e avevi il tempo anche di fartela addosso, ben 15 persone stavano perdendo la vita a poco più di 200 km di distanza. Da brividi. Capannoni nuovi che dovrebbero essere antisismici che invece vengono giu come carta velina. Operai che rimangono schiacchiati come formiche. La paura è parecchia. Si prevedono probabilmente ulteriori scosse forti nelle prossime ore. Ci hanno sempre inculcato che la pianura padana non è una zona sismica, e in realtà grossi problemi non sono mai esistiti fino ad ora. Qualcosa sta cambiando, lo dicono anche i geologi, e noi in lombardia non siamo per niente pronti a questi eventi. Evacuare un edificio è fattibile, ma evacuare un intero ospedale? Forse è bene iniziare a fare qualcosa per evitare una seconda Aquila o una seconda Modena. Tutto ciò che sta succedendo è spaventoso. Eppure le immagini trasmesse dai tg serali sono ben chiare. La devastazione. Ancora oggi si dimostra quanto appariamo apparentemente grandi e imbattibili, ma ad averla vinta non siamo mai noi e ci dimostriamo essere sempre dei “perdenti”. Qualcosa sta cambiando. Noi abbiamo cambiato il mondo, ora è il mondo a cambiare noi.